La storia di un uomo libero raccontata con amore da suo figlio. Intervista a Fabio Tracuzzi (prima parte)

La storia di un uomo libero raccontata con amore da suo figlio. Intervista a Fabio Tracuzzi (prima parte)


“Carmelo beato lui Il vulcano Stromboli e il cane Pipino è il primo romanzo del giornalista Fabio Tracuzzi e, a suo dire, forse anche l’ultimo. Il protagonista, il barone Carmelo Tracuzzi è uomo libero e anticonformista, ombroso e imprevedibile, in un’epoca in cui il rifiuto delle convenzioni borghesi, la rivendicazione della propria libertà dalle briglie dei sentimentalismi non erano ancora un vessillo da sbandierare nei salotti.Pochi giorni fa ho incontrato  l’autore, giornalista affermato e apprezzato, un incontro fortunato tra un grande professionista, generoso e disponibile nel raccontarsi, e una principiante, ed è stata per me una grande emozione.
Mi ha narrato di un’isola che non c’è più, di una terra diversa da quella che oggi si presenta al turista che vi giunge chiassoso sui barconi, e che non volge mai il suo sguardo verso l’alto per ammirare Iddu, ovvero l’anima di quella terra dal cuore vibrante e ribelle come suo padre : don Carmelo Tracuzzi.


Hai definito il tuo libro un atto d’ amore per tuo padre e per Stromboli.  Cosa accomuna questo scoglio nero dall’animo inquieto a tuo padre?

«Io credo che mio padre e Stromboli siano la stessa cosa, non solo nel mio cuore perché io ho amato l’uno e amo l’altra. Mio padre andò a Stromboli per la prima volta nel 1949, quando gli unici turisti che sceglievano le isole Eolie si recavano quasi tutti a Vulcano, pochi a Lipari. Vi capitò inseguendo uno dei suoi tanti profumi di donna, ma quando vi arrivò la lasciò subito perché si perse per l’isola. Ritrovò il suo carattere nella realtà di questo scoglio. Stromboli è un’isola affascinante, dura, piena di energia che viene dal vulcano attivo e che suscita due reazioni a chi vi arriva, entrambe rispettabili.
Ci sono coloro che, una volta arrivati sono talmente attratti dall’energia dell’isola che non riescono più ad andar via e, se addirittura non vi si stabiliscono, vi ritornano spesso. All’opposto  ci sono  coloro che sentono di essere respinti da questa energia e che sono costretti ad abbandonarla. Vi è poi una terza categoria, ma quella non conta, sono coloro che si recano a Stromboli ma potrebbero andare a Filicudi o alle Canarie perché per loro non cambia. Mio padre ha fatto la storia di Stromboli ma anche la leggenda. Avrai notato i colori delle case bianche dalle finestre rosse, blu, gialle, verdi, questi sono i colori che usò mio padre, quando arrivò a Stromboli per la sua prima casa, non avendo un solo colore la dipinse usandoli tutti, da allora è diventata la moda dell’isola».

Quanto è cambiata l’isola dai tempi in cui tu, arrivavi per andare a trovare tuo padre, con il “rollo” rispetto a oggi, che è frequentata da vip internazionali, circondata da panfili e assediata da turisti che arrivano coi barconi?

«L’isola è cambiata tantissimo. Come scrivo nel libro, in un’intervista che feci a mio padre tanti anni fa, per il giornale “La Sicilia”, io gli chiesi “Com'è l’isola oggi?” e lui, scocciato come se stesse rispondendo ad un giornalista qualsiasi e non a suo figlio, mi rispose: “L’isola oggi è come non era una volta, molto peggio di prima”. Effettivamente era impensabile credere che Stromboli potesse salvarsi dalle invasioni barbariche dei turisti. La quantità delle persone che arrivano ha fatto ricchi gli isolani, hanno perso la loro identità.  Salvo rare eccezioni nessuno pesca più, tutti fanno i muratori, i venditori di sogni, aprono boutique con disegni delle isole Eolie fabbricati in Cina o in Tailandia.Chi ama Stromboli, la ama come una donna che ami cui perdoni i difetti, perché devi comprenderla nel suo mutare e continuare ad amarla nonostante il cambiamento. Per me è così. Stromboli era senza luce elettrica, c’erano solo due motorette, oggi ad Agosto è caotica come una città. A Stromboli si sbarcava con il rollo, l’aliscafo non c’era, la nave si fermava al largo e si arrivava a riva con le barche. Arrivare a Stromboli era un’avventura, era un’avventura restarci ed era, soprattutto, una fortuna starci. Oggi non è più cosi, oggi andare a Stromboli o andare a Ibiza è la stessa cosa. E’ triste vedere che la gente che va lì non cerca più ciò che l’isola può offrire: emozioni, sensazioni, magie. Vanno in vacanza per continuare a fare ciò che fanno in città.
Si è perso il legame con la terra. Le isole si adeguano, sbuffano, non sopportano ma si adeguano.
Il libro vuole far capire a chi lo legge com'era l’isola una volta e cosa potrebbe offrire ai suoi visitatori che vengono a cercare il nulla».

di Livia Perricone



Data notizia: 26/01/2015

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romanzo - amore - padre - figlio - Fabio Tracuzzi -



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